N. 11 - luglio-dicembre 1994

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Pubblicazione periodica semestrale del ccbc della Provincia di Viterbo

 

N. 11 - luglio-dicembre 1994


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Numero unico 1994

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Tipolitografia Agnesotti
Strada Tuscanese Km. 1,700 -
01100 Viterbo
Tel. 0761/251025-251026

 Autorizzazione del Tribunale di Viterbo del 30 luglio 1992, n. 385 Registro Stampa

 Spedizione in abbonamento postale - gruppo IV, inf. 70%

Foto di copertina:
Angelo Pucciati,
Il Transito della Vergine
(particolare) - Viterbo, chiesa di S. Rocco

Sommario

Prometeo nella Tuscia ovvero: alla scoperta della cultura come fonte di crescita del patrimonio

Francesco Mattioli

Un programma e un progetto per il ccbc

Roberto Mercuri

L'abitato protostorico di Prato Pianacquale nella Selva del Lamone (Farnese - VT)
Carlo Casi

Relazione preliminare sui dati emersi e i materiali rinvenuti nel corso della prima campagna di indagine archeologica nell’area dell’insediamento preistorico di Prato Pianacquale (ottobre 1994).
Il sito scoperto è posizionato sul bordo della più recente eruzione vulcanica che ha originato l’espandimento lavico caratterizzante il plateau della Selva e i materiali rinvenuti denunciano una frequentazione, senza soluzioni di continuità, dal Neolitico al Bronzo Finale. Un altro dato emerso indica la presenza in antico di uno stagno dove sulla costa nord sembra essersi sviluppato il villaggio.

Brevi note di epigrafia etrusca delle necropoli rupestri
Alessandro Morandi

Analisi di due sarcofagi etruschi in nenfro del III secolo a.C., attualmente conservati in una villa presso Viterbo, provenienti dagli scavi effettuati alla Stallonara di Norchia da F.Cassani e M.Balestra nel 1911, scavi rimasti inediti. I sarcofagi conservano le lastre di copertura originaria; uno di essi reca un’iscrizione lungo il bordo superiore della fronte. Sulle due casse sono raffigurati animali affrontati; sul sarcofago anepigrafe i due cavalli marini sono resi con un rilievo pronunciato, mentre in quello inscritto è dato, dei due kete, il solo profilo.
Seguono note di epigrafia etrusca scaturite dall’analisi dell’iscrizione, composta di una sola riga, presente su uno dei due sarcofagi.

Il Castellaccio di Capo Ripa (Capranica VT) Un oppidum etrusco di confine della seconda metà del IV sec. a.C.
Ludovica Lombardi, Luciano Santella

Risultati della campagna di scavo(1982) e di successive indagini di superficie in località Capo Ripa nel comune di Capranica condotte dalla Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale in collaborazione con il Centro di Catalogazione dei Beni Culturali. 
Dalle evidenze archeologiche si può inquadrare l’abitato di Castellaccio nella tipologia dell’oppidum o del castrum che per la fortificazione con mura in opera quadrata di tufo e per la vicinanza a Sutri(circa tre chilometri), non può essere rimasto estraneo agli episodi bellici che, nel IV sec. a.C., interessarono questa città e i suoi dintorni a causa dei contrapposti interessi di Roma e Tarquinia.

Giuseppe Fabbri e le sue carte. Ricordo di un archeologo dilettante viterbese
Luciano Santella

Brevi note biografiche ed elenco degli scritti editi ed inediti, fotografie, disegni, carte topografiche provenienti dall’archivio personale di Giuseppe Fabbri(1910/1986) che, oltre a seguire da vicino negli anni Cinquanta e Settanta le attività di scavo dell’Istituto Svedese e della Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale, intraprese una campagna di documentazione grafica, fotografica e cinematografica delle emergenze archeologiche nei comuni di Vetralla, Blera e Barbarano Romano. Tutti i materiali sono conservati presso la Biblioteca Comunale di Vetralla.

Il sistema ipogeo di alimentazione dell'acqua sacra al tempio di Giunone Curite
Alberta Felici, Giulio Cappa, Emanuele Cappa

Inquadramento storico-geografico del tempio di Giunone Curite, a NE dell’abitato di Civita Castellana lungo il corso del Rio Maggiore, dove era praticato fin da epoca assai remota il culto delle acque. Il santuario, di grande rilevanza nel mondo falisco, ben collegato con un sistema viario alla città di Falerii Veteres , è stato oggetto di studi archeologici da oltre un secolo. Le indicazioni piuttosto vaghe circa la provenienza delle acque “sacre” hanno indotto lo Speleo Club di Roma alla ricerca dei cunicoli sotterranei di adduzione e ad una analisi critica dei manufatti rinvenuti. 

Ponti romani nell'Etruria Meridionale interna
Maria Luisa Cicognolo

Contributo alla conoscenza dei ponti romani nell’Etruria meridionale interna, in particolare sotto l’aspetto costruttivo. Alcuni cenni sull’evoluzione della viabilità in Etruria meridionale ed in particolare della Via Cassia e della Via Clodia, con l’indicazione delle fonti più importanti a cui fare riferimento per ricostruirne il tracciato, introducono l’elenco dei ponti con relativa descrizione e indicazioni bibliografiche.

Il nuovo museo civico archeologico di Barbarano Romano
Alessandro Mandolesi

Dopo l’analisi del territorio comunale di Barbarano Romano dal punto di vista geo-paesaggistico, appendice ecologica dei Monti della Tolfa, e storico, con presenze umane che risalgono al Paleolitico, viene presentato il Museo Civico inserito nel complesso architettonico di Sant’Angelo.
Il museo illustra la documentazione storico-archeologica proveniente dal comprensorio e conserva materiali che coprono un ampio arco cronologico, dalla preistoria al medioevo, provenienti da ricerche e ritrovamenti fortuiti avvenuti nell’ultimo quarantennio nel territorio comunale e, in particolare, nelle necropoli di San Giuliano. Di particolare interesse un alto(3,20m.) obelisco funerario tardo-arcaico in tufo testimonianza dell’orgoglio dell’aristocrazia locale che localizzava con questi elementi il luogo ove risiedeva il sepolcro familiare

Gli specchi incisi d'Etruria e del Latium Vetus. Gli strumenti dell'incisione
Lorenzo Galeotti

L’obiettivo principale della ricerca è di stabilire quali siano stati nell’antichità gli strumenti e le tecniche ad essi associate che hanno consentito agli incisori di specchi dell’Etruria e del Latium Vetus, dalla fine del VI sec. a.C. al II sec. a.C., di produrre, in gran quantità e spesso con tanta qualità, un notevole numero di apparati iconografici incisi.L’intervento di restauro e conservazione su 24 specchi provenienti dall’area del viterbese e custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Viterbo ha fornito osservazioni di natura tecnica sui caratteri delle incisioni ottenute probabilmente con uno strumento che consentiva all’artigiano antico di procedere con sicurezza e senza che si producessero eccessive cariche di spinta specialmente nei casi di strutture metalliche sottili, uno strumento diverso sia dal cesello profilatore che dal bulino, e la cui tecnica permette di verificare l’autenticità o la falsità di uno specchio inciso proprio sulla base dei caratteri dell’incisione.

L'oro di Bolsena
Alessandro Morandi

La scoperta di oreficerie di particolare spicco non è un fatto inusitato a Bolsena, centro con un’attività molto fiorente nel campo dell’oreficeria. Agli inizi del ‘900 fu scavata in località Pozzarello un’area sacra che restituì una grande quantità di materiali votivi, alcuni molto originali e preziosi, come le decine di occhi e mascherine in oro, offerti ad una divinità che si volle identificare con la dea Nortia. Anche la necropoli bolsenese di Poggio Sala ha fornito materiali preziosi in oro e argento così come quella di Barano, con i suoi numerosi anelli d’oro e fibule, ora al British Museum.

La chiesa di S. Rocco (VT) e i suoi affreschi
Fulvio Ricci

Il nucleo più antico del complesso ecclesiale di San Rocco si ha con la concessione nel 1506 della chiesa di San Gerolamo, in seguito trasformata nell’Oratorio contiguo alla chiesa, alla Compagnia de’ Forastieri, sotto il patronato dell’Assunta e San Rocco. Altamente significativa sul piano culturale e storico-artistico è la costruzione della chiesa(1591/1594) e la sua notevole decorazione dipinta che rappresenta la più importante antologia di pittura viterbese del XVII secolo: il giovane ma già affermato Giovan Battista Romanelli , un inedito Angelo Pucciati e una serie di modesti artefici locali tra cui Giovan Maria Marzi, cui le fonti attribuiscono le storie dipinte nella navata.
Molto importante per la storia dell’arte viterbese la pala(ora scomparsa) che ornava l’altare di San Gerolamo, opera del Cavalier d’Arpino e del suo discepolo viterbese Filippo Caparozzi.

Ex voto ceramici della chiesa di S. Maria delle Grazie a Civitella d'Agliano
Emanuela Zicarelli

Nel santuario della Vergine delle Grazie di Civitella d’Agliano è venerata un’immagine raffigurante una Madonna con Bambino eseguita ad affresco da un anonimo pittore laziale del XVI secolo.
Le origini del culto della Madonna delle Grazie risalgono alla seconda metà del secolo XVII e il potere taumaturgico dell’immagine attirò non pochi pellegrini con abbondanti elemosine, donazioni inter vivos o testamentarie, numerosi ex voto dipinti e anatomici in ringraziamento per le richieste accolte dalla Madonna. Di tale patrimonio oggi restano una ventina di ex voto anatomici e 17 formelle in maiolica policroma del XVII secolo che documentano episodi di malattia (5), incidenti e infortuni (4), liberazione di indemoniati (2), oranti in atto di ringraziamento (5) e un assalto di briganti. Le maioliche, generate nell’ambito di una o più botteghe, sembrano derivare dai modelli della produzione ceramica derutese e si prestano ai metodi di analisi delle discipline etnologiche e antropologiche.

Note documentarie inedite sull'attività di Ludovico Mazzanti e Filippo Naldini a Civitella d'Agliano
Anna Tozzi

Note sull’attività di Ludovico Mazzanti nella chiesa priorale di Civitella d’Agliano, a pochi chilometri di distanza dal Duomo di Orvieto e analisi di una serie di documenti inediti sul suo discepolo Filippo Naldini, che oltre ad eseguire, sotto la guida del Mazzanti, i dipinti dell’abside della chiesa di S. Francesco ad Orvieto e il San Giuseppe da Copertino in estasi della cappella Pollidori, realizzò sei quadri per la parrocchia di Civitella.

Le murature della chiesa di San Sisto come testimonianza dello sviluppo tecnico-strutturale dell'edilizia viterbese medioevale
Laura Pace Bonelli

L’analisi scientifica delle murature della chiesa di San Sisto, così strettamente legata al Comune medievale, non può prescindere da uno studio delle mura cittadine, in cui l’abside dello stesso edificio sacro si inserisce. Mentre l’utilizzo del peperino rimase un vero e proprio leit-motiv dell’architettura viterbese medievale, le tecniche costruttive mutarono non poco nel corso degli anni a tal punto che l’Andrews individua tre grandi periodi ognuno dei quali segna una precisa svolta nella storia dell’edilizia sacra e civile della città e che risultano imprescindibili per la comprensione reale della complessa storia edilizia della chiesa. Lo studio viene inoltre complicato dalle numerose modifiche e dai reiterati interventi che ne hanno cambiato l’assetto originario.
In appendice : schede delle murature.

Tra classicismo e varietas: le tipologie delle basi nelle chiese romaniche viterbesi
Massimo Giuseppe Bonelli

Breve analisi delle varie tipologie nel mondo greco e romano, con le trasformazioni avvenute durante l’Altomedioevo e i due linguaggi, uno legato ai modelli antichi, l’altro “modernista”, all’interno della plastica decorativa romanica. L’architettura viterbese dei sec. XII e XIII rispecchia la compresenza di questi due idiomi artistici, dato che le chiese della città risalenti a questo periodo adottano soluzioni molto differenti fra loro. La serie di basamenti di edifici come Santa Maria Nuova o San Lorenzo si ispira infatti al tipo canonico della base attica, mentre quella di San Sisto rivendica un’assoluta autonomia ricercando nuove tipologie e forme e ribadisce la posizione privilegiata della collegiata viterbese nell’ambito del panorama cittadino per quanto riguarda l’accettazione degli influssi artistici provenienti dalla Penisola e d’Oltralpe.
In appendice: rilievo e analisi delle superfici delle basi delle colonne delle navate di San Sisto.

Il circolo degli "spirituali" di Viterbo: dal 1541 al concilio di Trento
Maria Ludovica Maio

Con i termini di “Spirituali” o Ecclesia Viterbiensis, si è soliti indicare quella cerchia di persone che soggiornò per un lungo periodo a Viterbo presso il cardinale inglese Reginald Pole, nominato Legato Pontificio al Patrimonio di San Pietro nel 1541, e con lui condivise un’esperienza non solo religiosa ma anche politica. L’Ecclesia Viterbiensis si proponeva di portare avanti un programma politico-religioso antitetico a quello propugnato dall’Inquisizione Romana che disconosceva qualunque ideologia sostenuta dai Riformatori d’Oltralpe e guardava all’imminente concilio come unica soluzione per ristabilire la chiarezza dottrinale. Gli “spirituali” viterbesi invece, pur rimanendo all’interno della Chiesa di Roma, si proponevano di portare avanti il dialogo con i protestanti nella convinzione che all’interno della Chiesa potessero coesistere più orientamenti. Della loro attività a Roma si era perfettamente a conoscenza e il Pole nominato Legato al Concilio di Trento, rifiutò di firmare il decreto sulla “giustificazione”. Tornato a Roma accettò un nuovo incarico presso la Santa Sede, lasciando la Legazione di Viterbo.

Note sui matrimoni tra i Farnese e gli Anguillara
Luciano Frazzoni

Il ritrovamento di alcune ceramiche in un butto, il pozzo Tedescucci, scavato nel centro storico di Farnese, oltre ad offrire lo spunto per accrescere la documentazione del materiale ceramico dell’alto viterbese, permette di ricostruire avvenimenti storici che hanno investito i centri facenti parte dei domini dei Farnese tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo.Motivo di tanto interesse è soprattutto un piatto di matrimonio tra due membri, ben identificabili delle famiglie Farnese e Anguillara.: Pier Bertoldo dei Farnese di Latera che sposa Battistina di Francesco conte dell’Anguillara, e di suo figlio Galeazzo che sposa in seconde nozze Isabella, figlia di Giuliano, conte dell’Anguillara e di Gerolama Farnese.In appendice: catalogo delle ceramiche rinvenute nel pozzo Tedescucci.

Previsioni metereologiche contadine nei proverbi popolari
Marcello Arduini

Prevedere il tempo che avrebbe fatto era uno degli esercizi più frequenti che il contadino doveva compiere quasi quotidianamente, attività che nel corso di millenni ha evidentemente prodotto e sedimentato una grande messe di nozioni, di collegamenti, di pronostici, costruendo un sistema basato essenzialmente sull’osservazione della natura e sulle conseguenze che i più differenti fenomeni naturali potevano avere sul lavoro dei campi. Lo studio della luna, dei venti, dell’alternanza della pioggia, del passaggio di certi uccelli era un’operazione necessaria per il buon esito dei lavori della campagna, da cui dipendeva la sopravvivenza propria e della famiglia. Il sistema di nozioni che si è andato costruendo nel tempo appare dunque uno strumento che la cultura contadina ha elaborato in stretta relazione con la propria attività lavorativa basandosi su un’esperienza plurimillenaria.

Alcune riflessioni sulla narrativa di tradizione orale
M. Dolores Leuzzi

Brevi note sui numerosi documenti di cultura popolare orale, registrati su nastro e in buona parte trascritti, raccolti dal 1978 nei centri di Bomarzo, Mugnano, Bassano in Teverina, Chia, Soriano, Vasanello, Piansano, Acquapendente, Latera, Castiglione in Teverina.
Oltre ad una cospicua parte di documenti che appartengono alla categoria dei formalizzati metrici e ritmici è presente anche un universo di autobiografie, storie, microstorie, fiabe, novelle, spesso riadattate dall’informatore al proprio vissuto con meccanismi di identificazione personale.

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a cura di F. Ricci e L. Santella

 

 

 
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